Cento sogni sui banchi di scuola

Alberto si mostra sicuro di sé: spunta dall’astuccio e racconta che da grande vuol fare il cuoco: «È facile – spiega – e si guadagna bene». Si è iscritto al Datini. Brando invece si concentra sul quaderno, vuol fare il massaggiatore. Lo dice a bassa voce, i suoi compagni di classe ridono, bisbigliano qualcosa che ha a che fare con l’imbarazzo dei corpi a contatto. Ma lui sfida questo impaccio: sarà nella classe dell’indirizzo biomedico del Liceo Livi. In fondo alla fila c’è Cecilia, convinta di voler divenire un medico: andrà al Copernico. Lei non si chiama davvero così. E lo stesso vale per Brando e Alberto.

I tredicenni, anche quelli che abitano a Prato, paiono così deboli che abbiamo sempre maggiore necessità di proteggerli. Dai social, dalla società in genere, dai loro compagni, da se stessi, dagli adulti che vogliono sfruttare la loro ingenuità, da quelli che vogliono soggiogarli fisicamente, dalle distorsioni che i modelli di consumo propongono. Per difenderli erigiamo barriere sempre nuove, che ovviamente non sono mai abbastanza robuste per salvarli tutti da una qualsiasi delle derive che temiamo per loro. Del resto l’accesso massiccio alla terapia psicologica nell’età adulta della nostra generazione individua spesso in quell’età (se non sempre) la formazione dei traumi o delle problematiche che incidono maggiormente sulla personalità.

Per conto nostro, tentando di raccontare come i sogni di queste persone si incrociano per la prima volta con una scelta consapevole e con la realtà, possiamo dare un contributo allo sforzo tentando di rendere non riconoscibili gli autori di questi pensieri: i nomi che seguono sono falsi, mentre sono reali i sogni e le aspettative. Suona la campanella, uno degli ultimi residui distintivi di un luogo che cambia al ritmo delle generazioni. La lavagna non è più nera ma luminosa, i libri sono sempre meno voluminosi, i portoni che dividono la scuola dall’esterno sempre più blindati. Nei corridoi però ci sono ancora i disegni degli alunni e gli armadietti, gli sguardi smarriti di chi ha preso un brutto voto e quelli gioiosi di chi non deve fare per forza i conti con le responsabilità. Ci sono i registri e l’aula degli insegnanti con la macchinetta del caffè, un mondo intero di colori, scritte e colonne che diventano familiari come i mobili di casa, perché in fondo si passa molto più tempo lì che a casa propria. Abbiamo intervistato un centinaio di tredici-quattordicenni di numerose classi delle scuole medie – o ‘secondarie di primo grado’ – di Prato. Gli abbiamo posto tre semplici domande: cosa ti piacerebbe fare da grande, quale scuola hai scelto e perché. Non avevamo particolari pregiudizi, ma di fronte al ‘campione statistico’ piuttosto vasto stupisce la sicurezza con cui questi giovani si proiettano nel futuro: cambieranno idea cento volte, ma oggi sanno cosa vogliono fare. E scelgono la loro futura scuola, nella maggior parte dei casi, per questo motivo. «Voglio essere una professoressa», spiega Lin, che si è iscritta per questo all’indirizzo linguistico del Livi. «Lo faccio per avere più possibilità».

Poi c’è chi vuole fare mestieri che hanno a che fare con l’esperienza di vita, come Giacomo, che andrà al Dagomari perché vuole diventare educatore in una comunità. Come mai un mestiere così specificamente connotato? «Perché vivo in una comunità», spiega con candore. Gianni vuole diventare prof di Lettere all’università e quindi comincerà frequentando il liceo Classico, Elena è convinta di potercela fare a diventare cantante e ballerina, frequenterà il Livi. Un altro vuol fare lo scenografo per la Dreamworks e la Disney: farà il liceo artistico Brunelleschi a Montemurlo. Due ragazzi cinesi vicini di banco invece vogliono fare i commercianti nella maglieria: scappa loro detto che sì, è il mestiere dei genitori, ma «è troppo difficile avere un’azienda, quindi meglio il commercio». Si manifesta potente, a questo proposito, il ritratto di una società dei ragazzi votata alle professioni e per nulla interessata all’imprenditoria. Che poi, nella città a maggior propensione imprenditoriale giovanile d’Italia, fa anche un po’ effetto. Gli alunni di terza media risentono palesemente (nel senso che lo affermano in maniera manifesta) della difficoltà respirata nel contesto familiare e nella tempesta mediatica sulle responsabilità nei confronti di altri lavoratori. Questo accade nonostante alcuni di loro mettano tra gli obiettivi principali quelli dell’alto guadagno. Samuele è un futuro chimico, frequenterà il Buzzi. Sonia vuol fare la calciatrice, ma dal prossimo anno terrà allenata anche la mente con la frequentazione del liceo Classico. Si capisce che le decisioni di questi tredici – quattordicenni sono prese per lo più in autonomia: con un forte influsso della cultura da cui provengono ma con una determinazione tutta personale. Giovanna farà la stilista, andrà a studiare al San Gallo di Firenze per questo. Michele e Giovanni invece vogliono diventare militari a dispetto della scuola scelta, mentre una chirurgo andrà al Livi, un veterinario frequenterà l’agrario zootecnico alle Cascine di Firenze e un attore andrà al Datini.

Non è più la società pratese del lavorare il prima possibile, l’università è un’opzione considerevole anche come prospettiva: la scolarizzazione è vista come arricchimento dalla maggior parte degli intervistati, che considerano il percorso rispetto alla meta variabile nel tempo. E anche questo, all’apparenza, è un segno dei tempi che cambiano. Anche la propensione all’arte come professione, in realtà, rappresenta un approccio consapevole ai mestieri del jet set, fatto di approfondimento e allenamento, di adesione ad una cultura che va affrontata come percorso a prescindere dalle innate capacità che ciascuno sente di avere. Ci sono molti musicisti in potenza, quasi tutti iscritti al liceo musicale: clarinettisti, pianisti, violinisti, con un dibattito interessante che a questo proposito si scatena all’interno delle aule riguardo alla possibilità di farne un metodo di sostentamento oltre che una passione-mestiere. Pochi giornalisti, nessun “posto fisso” (il fortunato film di Checco Zalone viene citato spesso e portato come esempio di irrisione), meno avvocati di un tempo, un mare di chef. Matteo non cucina ma è innamorato di Masterchef, Federica – dice – prepara già delle cene coi fiocchi, Marco pensa di essere nato per stare in cucina. C’è una ragazza che vuol vincere le olimpiadi di equitazione e frequenterà presto il Gramsci-Keynes, ci sono uno steward di volo, un banchiere – «Non un bancario!» -, uno web designer che frequenterà il Marconi a indirizzo grafico, un patito del marketing , un’istruttrice di arti marziali. E poi c’è un ragazzo che oltre a non saper cosa vuol fare da grande – come accade ad alcuni dei giovani intervistati – non sa nemmeno a quale scuola è stato iscritto dai genitori. La forza dei sogni che non osa pronunciare non intacca la capacità di realizzarli. Quello che volevamo diventare da giovani, in fondo, qualifica la nostra personalità in maniera più puntuale di quello che siamo diventati.

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