Largo alla pianta madre dell’economia verde

La canapa è una pianta straordinaria: cresce senza chimica, potrebbe risolvere tanti problemi legati all’inquinamento, all’abbattimento della CO2 e alla depurazione dei terreni. I principi attivi delle sue infiorescenze possono lenire il dolore di alcune malattie. La sua fibra può diventare tessuto ed è un materiale perfetto per costruire una casa in bioedilizia. Da un punto di vista alimentare, inoltre, i suoi semi e il suo olio sono ricchi di proprietà nutritive. Non solo: potrebbe sostituire la produzione di plastica o svariati derivati del petrolio. Se lasciamo da parte per un attimo pregiudizi e tabù culturali, stiamo parlando di una pianta piena di segreti e di virtù.

Un’importante fotografia del mondo della cannabis l’ha fatta la giornalista Chiara Spadaro nel suo ultimo libro “Canapa Revolution” (Altraeconomia), un saggio in cui racconta come oggi questa pianta sia tornata ad essere coltivata e protagonista del dibattito in molti Paesi, compreso il nostro.

«L’Italia era il secondo produttore mondiale di canapa, oggi invece ci ritroviamo ad essere il fanalino di coda di un trend globale – comincia Chiara Spadaro – Anche da noi, però, viviamo oggi una continua riscoperta della canapicoltura, anche se con non poche difficoltà».

Rispetto ai centomila ettari coltivati poco prima della metà del secolo scorso, oggi parliamo soltanto di quattromila ettari di campi a canapa, «quasi esclusivamente ad uso alimentare, perché è la più semplice da portare avanti rispetto al tessile che necessita di passaggi che troppo spesso risultano onerosi o che necessitano di impianti particolari per trasformare la fibra in tessuto». Quando parliamo di canapa sono tre le grandi categorie: industriale, terapeutica e ad uso ricreativo. «Per quanto riguarda la coltivazione per uso industriale – nel quale si comprende la bioedilizia, alimentare, tessile, cosmesi, bioplastiche – la legge sancisce che si possono coltivare le varietà di canapa iscritte nel registro delle sementi europee – circa una sessantina – che contengono un valore di THC tra lo 0,2 e lo 0,6 per cento. Sono stati fatti passi avanti, ma restano grandi problemi per quanto riguarda la sostenibilità della filiera, specie se parliamo di canapa a uso tessile, davvero troppo costosa».

Se per l’uso industriale è consentita, nei limiti di legge, anche l’autoproduzione, discorso diverso riguarda l’uso terapeutico, per il quale si coltivano tipologie di piante con un tasso di THC superiore a quello normato: «dal 2007 i pazienti affetti da una serie di malattie stabilite dal Ministero della Sanità possono richiedere la cannabis terapeutica, che inizialmente veniva importata dall’Olanda – spiega l’autrice – Da soli tre anni si è iniziato a produrne anche in Italia, all’Istituto Farmaceutico di Firenze. La grande questione è, però, che tra quella prodotta e quella importata non si raggiunge la quantità necessaria a soddisfare la domanda dei pazienti, che si ritrovano quindi a dover aspettare dei mesi per avere un farmaco». Fino a pochi mesi fa la normativa prevedeva la somministrazione di cannabis soltanto per un piccolo numero di malattie, principalmente legate alla terapia del dolore, come alcune tipologie di cancro o la sclerosi multipla. Da luglio di quest’anno, un decreto legge (DPR 309/90) voluto dal ministro della salute Giulia Grillo, sancisce che la cannabis terapeutica in Italia può essere prescritta per ogni tipo di dolore, senza più alcuna distinzione tra uso oncologico, non oncologico o neuropatico. Se da una parte si tratta di un nuovo passo avanti per quanto riguarda la liberalizzazione della canapa a uso terapeutico, dall’altra si amplia ancora di più il problema della carenza di materia prima. È delle ultime settimane la notizia che la Lombardia potrebbe essere la seconda regione italiana – dopo la Toscana – a produrre canapa per uso medico: è stata infatti approvata all’unanimità dal consiglio regionale lombardo una mozione proposta dal radicale Michele Usuelli di +Europa che impegna la giunta guidata da Attilio Fontana a realizzare un progetto in questo senso e organizzare corsi di formazione per i medici autorizzati alla prescrizione.

«La classe medica rispetto a qualche anno fa inizia a informarsi, formarsi e considerarla come una possibilità di cura – racconta Spadaro – A Padova è partito il primo corso di specializzazione sulla cannabis terapeutica, segnale positivo che testimonia che la ricerca si sta muovendo positivamente in questa direzione».

Rispetto all’uso ricreativo infine, la legge è chiara: è illegale sia il consumo che la produzione. «Appigliandosi a un vuoto normativo, ovvero al fatto che la legge norma il livello di THC ma non quello di CBD – l’altro componente psicotropo della canapa – si sono sviluppate tante realtà che hanno iniziato a distribuire nell’ultimo anno ‘cannabis light’ che di fatto è legale perché nei limiti di THC previsti dalla legge, però mantiene le proprietà rilassanti del CBD per chi la fuma». Un mercato esploso negli ultimi mesi: «la strada per una vera legalizzazione della cannabis a uso ricreativo nel nostro Paese è invece molto lunga, in netto ritardo rispetto a tanti altri stati europei. Si era arrivati nel 2016 a un disegno di legge in discussione in Parlamento che poi è stato bloccato con circa settecento emendamenti, per finire poi nel dimenticatoio. Eppure è la stessa Direzione Nazionale Antimafia a chiedere la legalizzazione perché porterebbe fuori dal mercato nero tutta questa economia che avrebbe un risvolto positivo, oltre che sulle casse dello stato, anche per i consumatori che si troverebbero più tutelati, perché sarebbero a conoscenza di quello che acquistano».

Stiamo parlando di una pianta che per crescere ha bisogno solo di acqua, luce e cultura. «Dobbiamo impegnarci a fare un grande lavoro prima di tutto divulgativo, far conoscere la pianta e i suoi usi. Non è una pianta che sballa, ma è una risorsa con proprietà molto attuali per quello che riguarda l’impatto ambientale. È un percorso lungo, ostacolato da tabù e pregiudizi che si sono accumulati e sedimentati nei decenni, che deve crescere dal basso attraverso l’informazione per poi arrivare a cooperare con la comunità scientifica e gli enti. Tante pratiche virtuose sono in atto e tante ancora devono arrivare: la pianta madre dell’economia verde ha le foglie a sette punte».

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