Uno “Xiongdi” (兄弟) nel Macrolotto Zero

Davide Finizio
Davide Finizio, segretario del tempio buddista di Prato
Ultimo aggiornamento:

di Lorenzo Tempestini e Giorgio Bernardini

«In Chinatown non mi chiamano più Laowei (straniero), ma Xiongdi (兄弟, fratello)». Questo è il più grande vanto di Davide Finizio, un uomo sorridente di 40 anni che vive a Prato da 5. Parla 4 lingue e fa l’insegnante, ma è noto per il suo ruolo pubblico di segretario del Tempio Buddista di Prato. È lui che ha organizzato ogni aspetto di questa edizione del Capodanno cinese, che nel weekend (16 e 17 febbraio ndr) ha fatto registrare record di partecipazione e un’inedita attenzione nazionale. Gli abbiamo chiesto come mai le cose sono andate così bene. E chi ha pagato il conto. «Quest’anno abbiamo fatto il capodanno cinese più bello d’Italia, anche a detta di chi ha preso parte a quello milanese. Ho dormito 4 ore a notte per una settimana, avevo responsabilità enormi. In questo momento storico o si fanno le cose per bene o non si fanno: non ci possiamo permettere il più piccolo incidente».

Come mai si può parlare di bilancio positivo?
«Perché siamo andati oltre le aspettative, con grandi benefici ricaduti sulla città. È uno dei motivi per cui non abbiamo allestito un’area food. Federalberghi ci ha comunicato che in città non c’era più una stanza libera sabato sera».

Cosa c’era di speciale in quest’edizione?
«Innanzi tutto il tempio nuovo, rinnovato dal novembre 2017. L’anno scorso infatti ci fu solo la sfilata del Dragone, mentre questa volta il presidente del tempio ha deciso di fare qualcosa di importante. Abbiamo coinvolto tutte le 18 associazioni cinesi di Prato. Autotassandosi – con 10 mila euro ad associazione, per circa 200 mila euro di finanziamento – è stato prodotto questo spettacolo di luci, esibizioni e suoni».

Chi ha deciso di non installare anche banchi per la vendita del cibo?
«Rivendico la paternità di questa scelta: volevamo che la festa avesse ricadute anche economiche sulla città e sui suoi esercizi. Sembra che abbia funzionato bene. E comunque chi veniva al tempio, domenica, poteva mangiare».

Ci sono stati contributi da parte degli enti locali?
«Non dal Comune, eccezion fatta per l’abbattimento dei costi per l’uso della piazza del Mercato Nuovo. Vedremo a rendicontazione conclusa se la Regione Toscana offrirà un contributo».

Cos’ha a che fare il successo dell’evento con la circostanza delle mani libere rispetto alle Istituzioni?
«Di problemi nell’organizzazione ne abbiamo avuti e il Comune ci ha dato sempre una mano assieme ai Vigili del Fuoco e alla questura. La capacità di superare gli ostacoli e far diventare quest’azione un volano per l’evento è stata fondamentale».

Veniamo alle critiche. Sui social alcuni utenti hanno sostenuto che si trattava di una manifestazione ‘radical chic’?
«In piazza, aperti: eravamo questo, più popolari di così… Quelle critiche sono solo strumentali e probabilmente sono di persone che vivono solo il proprio quartiere».

Ci sono stati anche biasimi  per l’esposizione – tra le strutture giganti e colorate che raffiguravano i più importanti simboli e monumenti cinesi – della città tibetana di Lhasa. Una forzatura politica?
«Qui sono venuti anche i monaci tibetani. La storia è crudele ed è fatta di massacri, ma qui si parla di dialogo e siamo in controtendenza con la rivoluzione culturale di Mao. Nessuna apologia dell’invasione cinese in Tibet, il nostro tema è religioso, non politico».

Come ha funzionato l’organizzazione dal punto di vista logistico?
«Abbiamo chiesto il patrocinio al Comune di Prato a giugno, ne avevamo bisogno per farci mandare le strutture per le grandi lanterne dalla Cina, dato che serviva un permesso speciale perché certi simboli sono destinati per legge ad un mercato interno. Undici container sono arrivati qui via mare, un lavoro enorme. Abbiamo chiamato un geometra esperto – quello che si occupa di organizzare dal punto di vista delle misure di sicurezza del palio di Siena – e individuato partner professionali all’altezza: non potevamo sbagliare».

Che ci fa un italiano alla guida del tempio buddista?
«Sono segretario da due anni, gestisco soprattutto i rapporti con il tribunale: qui, i ragazzi cinesi che vengono pescati ubriachi, fanno i servizi sociali. Nel tempo ho conquistato la fiducia di queste persone».

Che ambizioni avete per l’anno che verrà, quello del Topo?
«Qualcosa di ancora più spettacolare. Sogniamo un progetto basato sulla bellezza e sull’unione delle comunità. Magari organizzato in piazza anche dalle associazioni e dalle Istituzioni italiane».

Sulla stessa piazza del Tempio aprirà presto una Moschea. Che ne pensate?
«Il nostro approccio è multiculturale: l’idea è addirittura di fare feste insieme».

E i cinesi di Prato? Hanno partecipato al Capodanno?
«La comunità è sparpagliata e variegata. Quella cattolica e quella evangelica non partecipano a eventi di questo genere. Ma la frammentazione non conviene a nessuno. Anche gli italiani non devono farlo. Io non posso mettere bocca negli affari della comunità cinese, però dico una cosa per la mia che vale per tutti». 

L’ultima volta che abbiamo visto le lanterne a Prato era per la Festa delle Luci di tre anni fa. Cosa non ha funzionato rispetto all’insuccesso della scorsa edizione?
«Probabilmente c’è stato un errore di comunicazione da parte nostra. Avevamo coinvolto come possibili sponsor per una nuova edizione Huawei e Audi. C’è stata un’opposizione forte nella zona di via Pistoiese e anche da parte della politica. È una domanda la cui risposta è a un livello superiore al mio».

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