Pratesi da soli

Ciascuno è divenuto la famiglia di se stesso. È lo specchio di una codifica della collettività che fino a pochissimo tempo fa aveva senso strutturare su parole che parevano naturali, fondamentali: la “famiglia” era il nucleo originale, poi venivano “i singoli” che la compongono. Ma si deve usare l’imperfetto.

Non è certo un caso che gli approfondimenti statistici parlino in questo senso di “famiglie unipersonali” o più comunemente “mononucleari”. Un concetto lontano, a tratti antitetico a quello che il gergo comune descrive come i “single”, una definizione che si porta dietro in qualche modo la connotazione della scelta di rimanere soli e che più in generale fa riferimento alla contrapposizione della vita di coppia, dunque a quella della famiglia come l’abbiamo conosciuta nella quotidianità, sui libri, al cinema. Quella famiglia è ancora rappresentata in molte sue fisionomie, corrette e somiglianti a quella tradizionale. Tuttavia non è (più) la forma di convivenza maggioritaria: le donne e gli uomini soli hanno sorpassato il numero di famiglie in molte realtà del nostro Paese.

Ed ora è successo anche a Prato.

Le famiglie unipersonali, gli uomini e le donne che costituiscono per sé un nucleo, sono in città 22.963, un migliaio in più di quelle composte da due persone, che seguono in graduatoria (21.680). Un sorpasso meno lento di quel che si potesse immaginare, compiuto nel corso di tutto il nuovo millennio e soprattutto, come conferma il dipartimento statistico del Comune di Prato, «stabilizzato negli ultimi mesi». È realtà. Circa un terzo dei pratesi vive questa condizione: le persone che costituiscono la famiglia di se stessi sono oggi il 30%. Per dare un senso cronologico alla metamorfosi è sufficiente osservare che le famiglie con coniugi e figli – solo dieci anni fa, nel 2007 – erano al primo posto di questa classifica, rappresentando il 31% del totale (dati ufficio statistiche Comune di Prato).

Guardarsi attorno aiuta invece a descrivere il mutamento nello spazio. In Toscana il segno della progressione è la stesso, dato che oltre mezzo milione di persone risulta rappresentare una famiglia mononucleare. Il dato è in linea con le cifre del fenomeno italiano, che ha accenti pronunciati nell’area centrale del Paese, dove oramai costantemente una persona su tre risulta far storia a sé per i censimenti e le statistiche demografiche.

Tuttavia non si possono sottovalutare la qualità e la percezione del trend. E quindi il fatto che Prato guidi il cambiamento davanti a tutto il resto delle città del territorio, innanzi tutto per velocità della manifestazione del fenomeno: dal 2005 al 2015 le famiglie unipersonali sono aumentate qui del 50%. In Toscana seguono Grosseto (+46%) e Firenze (+ 37%) (dati censimento Istat sulla popolazione/analisi Coldiretti su dati Toscana ).

Comprendere quando sia spedito e massiccio il mutamento costringe infine a rendere conto delle dimensioni degli altri gruppi in città: i numeri delle “vere famiglie”, si sarebbe detto un tempo. I restanti tipi di nucleo rappresentati sono oggi quelli composti da tre (16.377), quattro (11.671), cinque persone (3.411). Sino ad arrivare alle conformazioni da oltre sei persone, oramai confinate stabilmente sotto il migliaio di unità.

I “soli” sono innanzitutto persone non sposate (44%), seguite da una mole imponente di pratesi vedove e vedovi (31%). Subito dietro ci sono mariti e mogli che decidono o subiscono la decisione di fare una partita – almeno burocratica – propria: il 15% delle famiglie unipersonali di Prato è composto infatti da persone coniugate, separate di fatto o burocraticamente. I divorziati rappresentano il restante 10% della torta. Stupisce anche la provenienza dei soli: il 15% delle famiglie unipersonali sono straniere, 3.514 persone che non hanno la cittadinanza italiana (elaborazione dati per incrocio di caratteristiche a cura dell’Ufficio statistiche del Comune di Prato). Una porzione che stride con la rappresentazione stereotipata che vuole che siano soprattutto le persone che giungono da altri Paesi a costruire la propria esistenza su modelli di condivisione a partire dalla famiglia.

I figli unici della società pratese sono dunque maggioritari. E per di più anziani. Intersecando le rilevazioni viene a galla il dato sull’età. Più di diecimila hanno oltre 65 anni: moltissime vedove, che evidentemente scontano la connaturata propensione femminile alla sopravvivenza ai coniugi del sesso opposto; e tanti divorziati, che in quella fascia d’età sono peraltro destinati ad aumentare con maggiore aggressività nel prossimo decennio, perché come è ovvio fino a vent’anni fa si divorziava molto meno. Numerosi studi su approfondimenti scientifici indicano proprio nel progressivo invecchiamento della popolazione nell’aumento delle separazioni e dei divorzi, nella crescita sostenuta di cittadini stranieri (che, almeno quelli di prima generazione, vivono in famiglie prevalentemente unipersonali) l’aumento del trend.

I consumi e le modalità di aggregazione ricreativa pratese fotografano, come spesso accade, il riflesso della trasformazione. Qui si tratta di guardare a occhio nudo, senza lenti d’ingrandimento statistiche. Lo svuotamento dei circoli(ni) di quartiere e dei pub di periferia – luoghi spaziosi pensati per una moltitudine di persone la cui assenza, oggi, li rende ancora più spogli agli occhi di chi si trovi ad osservarli – racconta di una società “parafamigliare” regolata sulla prossimità della casa ai luoghi dello svago e del confronto. Per i giardini e gli spazi verdi, stesso copione. Il centro storico ritorna al contrario ad attrarre una massa di giovani che raggiungono la meta del divertimento personalmente, con il proprio veicolo (e con il progressivo incremento della carenza di parcheggi), in locali piccoli che tradiscono l’essere stati cogitati per un esiguo numero di persone. Gli anziani restano sempre più in casa.

L’attività frenetica sui social network, la ricerca dell’indipendenza – o della sopravvivenza – economica che precede e influenza quella sociale, l’individualismo come mantra per il successo, sempre più spesso accompagnato dall’aggettivo “personale”; il parallelo aumento di domanda di assistenza a figure fuori dal nucleo di parentela, la crescita esponenziale della frequenza di psicologi e psicoterapeuti; la progressiva suddivisione degli spazi abitativi ampi in appartamenti più piccoli. Come interagisce la solitudine con questo enorme e silenzioso cambiamento? Soprattutto a Prato – dove la struttura imprenditoriale e commerciale basta sulla famiglia ha dato un segno pesante alla crescita vorticosa della città a partire dal dopoguerra, dove come dimostrano i numeri descritti la dinamica rappresentata ha avuto una crescita più veloce delle altre città toscane – questa è una domanda che ha senso porsi.

Oltre i punti di Pil, oltre i posti di lavoro persi, la crisi economica che ha travolto la città dagli inizi del Duemila è la causa o l’effetto di questo mutamento? Per convenienza e per motivi naturali, per propensione ed esigenza, Prato deve fare i conti con la realtà. Dove l’esercito delle persone sole è divenuto il primo partito.